In morte di Paolo Agostinacchio. Primo fra i primi cittadini

by Enrico Ciccarelli

Come è giusto che sia, questo è il tempo del cordoglio umano e dell’omaggio istituzionale. La scomparsa di Paolo Agostinacchio, figura di primo piano della destra pugliese nel dopoguerra, più volte parlamentare e sindaco per quasi un decennio della città di Foggia, costringe tuttavia a qualche pur sommaria considerazione di carattere politico. Né si potrebbe in altro modo ricordarlo, atteso che Agostinacchio, uomo di saldi affetti familiari (e in particolare nonno tenerissimo) e legale di vasta dottrina, ha vissuto nel segno della politica l’intera sua esistenza.

Una vita di passione senza incertezze: non c’era vicenda, questione o iniziativa do cui Agostinacchio non si occupasse con tutto se stesso, con una radicalità che a volte sorprendeva. Non importa se si trattasse dei conati di rivolta del Subappennino per il metano o della delicata funzione di presidente della Commissione Finanze della Camera, della zona grigia fra Movimento Sociale e destra extraparlamentare che frequentò nei primi anni Settanta o del plebiscitario consenso che Foggia gli riservò fra il 1994 e il 1999. Lui affrontava i trionfi e i disastri con lo stesso spirito indomito e garibaldino, le battaglie interne ed esterne con lo stesso slancio un po’ folle dei Seicento di Balaklava.
Fascista di buone letture, seguace della tesi secondo cui il regime fu una «dittatura dello sviluppo», ma filosoficamente evoliano e tradizionalista, ebbe sempre in uggia i tentativi missini di trasformarsi in destra in doppiopetto. Fecero epoca, in tal senso, le contrapposizioni e gli scontri con Antonio Piacquadio, Pinuccio Tatarella, Ernesto De Marzio (mentre con Michele Abbatescianni c’era una sorta di solidarietà competitiva). Fu rautiano, ma non lo seguì nella «scissione nera» dopo il congresso di Fiuggi e percorse con gli altri il lungo cammino all’interno della coalizione di centrodestra. All’esterno fu sempre durissima la sua contrapposizione al potere democristiano e socialista largamente egemone in Puglia.
Fu sempre, a tutti gli effetti, un figlio del dopoguerra, rappresentante insigne di quella Prima Repubblica piena di contraddizioni e di pregi. Lo si vide, quando divenne sindaco, dal rapporto che aveva con la stampa: non era uomo che amasse le critiche, le sue invettive –anche pubbliche- contro il giornale o il giornalista sgradito erano memorabili, ma ne considerava e rispettava il potere. Puntava, più che sulla corruzione o l’intimidazione, su una capacità quasi geniale di ribaltare l’agenda dei media: appena c’era il sentore di una qualche iniziativa delle opposizioni, lui calava un asso, deviava l’attenzione, spostava i riflettori.
Ma che sindaco è stato, Paolo Agostinacchio? Sotto molti aspetti un sindaco emblematico dei tempi nuovi seguiti alla legge 81. Il primo sindaco espresso direttamente dal popolo, che al popolo si è sempre richiamato. Intendiamoci, è stato un sindaco politico, tutt’altro che un demagogo. Fra una sfuriata e un comizio, un’intemerata e una provocatio ad populum, ha sempre guidato con mano ferma e responsabile la coalizione, non senza qualche tratto di spregiudicatezza.
Ma è stato sindaco del popolo per la sua capacità di intercettare, nel bene e nel male, i sentimenti profondi dell’opinione pubblica foggiana. E se per la rinascita del centro storico e della movida deve ringraziare il Pic Urban (che però venne a suo tempo gestito con grande intelligenza ed efficienza), deve dir grazie solo a se stesso per l’enorme spinta data al verde pubblico (Pauluccie ‘u giard’nir, lo chiamavano con affetto e ironia), per la grande attenzione al decoro del centro (perché anche chi vive in una brutta periferia ha piacere di andare a passeggiare in centro e trovarlo pulito, illuminato, bello).
Così come deve ringraziare solo se stesso per la croce e la delizia della sua amministrazione, la «Federico II Airways». Un’avventura folle e miseramente naufragata, che però ha salvato un’infrastruttura potenzialmente preziosa come il «Gino Lisa», che ha eroso il bilancio comunale e quello delle aziende speciali per decine di miliardi di lire, e tuttavia non è stato di molto superiore all’onere che le classi pubbliche hanno sopportato per finanziare voli poi scomparsi senza lasciare traccia; e la «Federico II» garantiva comunque qualche decina di posti di lavoro.
Nove anni di luci e di ombre, con qualche vicenda da vaudeville, qualche tegola giudiziaria affrontata con il solito piglio leonino e con pieno successo. Come è normale, ognuno li valuterà come vuole e come sa. Quello che mi pare si possa dire, senza cadere nelle trappole della nostalgia un tanto al chilo, è che Paolo Agostinacchio (che forse non per caso aveva un dirimpettaio a Palazzo Dogana come Antonio Pellegrino) è stato non solo il primo sincaco della nostra città eletto direttamente, ma anche l’ultimo a possedere una visione di Foggia e del suo destino. Visione opinabile, certamente; sotto molti aspetti discutibile; ma che i suoi successori, per ragioni diverse, non hanno avuto. Dopo vent’anni c’è una sindaca eletta dai cittadini, agli antipodi di Agostinacchio per biografia, scelte valoriali e ideologiche, esperienza; ma che forse ha lo stesso Dna di passione e di tenacia. Potrebbe essere lei a riprendere il filo interrotto vent’anni fa. Ce la farà? Indovinala, grillo. Quello che posso dire io è che, per quel poco di Paolo Agostinacchio che ho conosciuto in cinquant’anni di conoscenza ben poco amichevole, se ce la facesse lui ne sarebbe contento.

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