Teatranti coraggiosi: il Laboratorio Indipendente del Teatro dei Limoni affronta l’immenso Samuel Beckett e non ne esce con le ossa rotte

by Enrico Ciccarelli

Quanto conta il coraggio, per il teatro? A mio parere moltissimo, più che per qualsiasi altra forma d’arte. Il coraggio di chi lo scrive, che fissa in parole e in rade indicazioni sceniche una vicenda scolpita nella memoria una volta per tutte, ma destinata a essere «rappresentata» (e quindi di necessità interpretata) in luoghi e da persone che ignora; il coraggio di chi allestisce, di chi trasforma quelle parole in congegno e azione, che a volte le segue e a volte le ribalta, a volte le rispetta e talora le irride; il coraggio –supremo- di chi lo interpreta, di chi appalta una parte della propria vita ad essere un altro o un’altra. Per poco, certo, e solo per le esigenze di copione: ma in modo personale, intimo, coinvolto.

Va detto, ad aggravare le cose, che è una forma d’arte senza filtri: hai la presunzione di convocare delle persone, di chiedere loro dei soldi o almeno del tempo e dell’attenzione perché pensi che ne valga la pena, e devi dimostrarglielo. Non c’è replay, la battuta che hai dimenticato non comparirà nei sottotitoli, i fischi non saranno eliminati in montaggio e nessuno riparerà all’umiliazione della platea vuota. Insomma, ci vuole un gran fegato.

È per questo che provo un’istintiva simpatia per quelle esperienze di teatro artigianale e di laboratorio che in provincia significano spesso tanto sudore e corta carriera. Purché sia teatro vero, dove si gioca e ci si mette in gioco sul serio, non come avviene nelle insulse filodrammatiche o nelle fabbriche di piccolo divismo di princisbecco che come tante tristi tribute band replicano e scimmiottano i modelli televisivi. Ci piace chi fa teatro e lo fa senza timori reverenziali, ci piacciono quelle compagnie che sanno osare e dimostrano nei fatti di essere luoghi di crescita. E a Foggia ce ne sono.

Per questo sono stato felice di assistere al saggio di fine anno del Livello Avanzato del Corso di Teatro dei Limoni, e alla felice incoscienza con cui Roberto Galano e i suoi sodali di via Giardino hanno affrontato il continente (il mondo, la galassia, la dimensione) di Samuel Beckett. Titano del XX secolo, lo scrittore (e drammaturgo, e poeta, e saggista, e critico) irlandese è noto al grande pubblico per il suo memorabile «Aspettando Godot», ma è in realtà uno fra i più grandi autori, forse il più grande, della contemporaneità, con le sue profetiche intuizioni sull’essere umano come prodotto di scarto della civiltà industriale, l’inerzia paralizzata di un mondo di illusioni, la tragedia dello sprofondare del corpo e dell’anima nell’abisso senza rimedio del tempo.

Replicando un’operazione intelligente già tentata con Harold Pinter, Roberto Galano, che firma la regia, «sfida» Beckett e il suo teatro del non accadere assemblando pezzi di opere diverse in un modo che fa balenare lo spettro di una trama. Diverse e interessanti le astuzie registiche proposte, che contribuiscono a rendere potabile uno spettacolo relativamente lungo e senza interruzioni e a inserire dei momenti di divertimento e di ironia che al vecchio Samuel non sarebbero dispiaciuti. Prudentemente il saggio è definito come «primo studio sulla poetica di Beckett» ed è un’ottima definizione, sia per la vastità della poetica in questione, sia perché è stato palpabile in tutte e tutti gli interpreti (dodici, quattro donne e otto uomini) l’impegno e lo sforzo a capire un autore così geniale e aspro, così insofferente delle definizioni e delle etichette, da rispondere, quando gli chiesero «perché scrive»? (per un libro che doveva raccogliere le risposte dei più grandi scrittori in lingua francese del tempo) con un lapidario «Bon qu’à ça» (non so fare altro). Già solo la profondità e l’intensità di questo impegno degli allievi è sufficiente agli applausi; ma davvero non si sa da dove cominciare a distribuire gli elogi.

Cominciamo dal principio, allora: da una straordinaria Nicole Piemontese che presenta il monologo di Lucky da «Aspettando Godot» in un Francese perfetto e perfettamente comprensibile (lo replicherà più tardi in Italiano un ottimo Vincenzo Ficarelli). E poi la prima azzeccata irriverenza, con Vladimiro ed Estragone (anzi, Didi e Gogo), sempre dal debutto-capolavoro di Beckett, tradotti in cadenze japigie da un misurato Francesco Giordano e da una sorprendente Elèna Lombardo, mentre Vincenzo Ficarelli si produce in una esilarante versione slavo-balcanica di Pozzo, l’odioso padrone di Lucky. E mentre si aspetta Godot, l’intreccio dello spettacolo si affida al formidabile «Finale di partita», che i Limoni rivisitano ampiamente. Il testo beckettiano mette in scena il biascicante rapporto di rimpianti, invettive e recriminazioni fra il vecchio cieco e paralitico Hamm e il suo servo Clov, con la scena completata da due bidoni della spazzatura in cui ci sono i vecchi genitori di Hamm, privi di gambe, simbolo della consunzione che permea di sé l’intera opera.

La felice intuizione del regista è quella di affidare proprio questi due ruoli a due giovani, Graziana Cifarelli e Raul Lannunziata, di grande bellezza e gradevolezza, che compaiono vestiti di bianco e in bombetta come i Drughi di Arancia Meccanica strizzando l’occhio a «Singing in the rain» e finiscono per essere, con bella inversione semantica, simbolo di una grazia che permane oltre la sventura. Gli altri due personaggi sono ottimamente resi da Luigi Papa, bravissimo nel mix di odiosità e di compassione di Hamm e dal sempre efficace Cristiano Russo, esemplare per come simula la cifosi di Clov.

Brava, e non stupisce, Laetitia Amoreo nell’interpretazione della Bocca, uno dei due soli personaggi di «Non io», che appartiene alla tarda produzione beckettiana. Performance ostica, obiettivamente difficile da agganciare al resto, ma convincente. Vladimiro ed Estragone in versione derelitta, più aderente alle intenzioni dell’autore, sono rispettivamente il già citato Francesco Giordano e il misuratissimo Stefano Graziani.

Resta da dire dell’Ultimo nastro di Krapp, il più torturante e disperato dei testi di Beckett, nel quale un vecchio clown riascolta da un magnetofono il racconto del se stesso di anni prima e ne incide un ultimo, che è una specie di «Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». Galano affida il ruolo di Krapp giovane a Stefano Dragoni, brillante e perfetto nel muoversi a ritroso seguendo il rewind del registratore a bobine, e quello di Krapp vecchio a Francesco Mucelli. E proprio con lui e con la sua performance vorremmo riprendere il discorso del coraggio, perché ne ha avuto tanto. Purtroppo, non c’è studio, né maquillage né astuzia di scena che metta una persona giovane in grado di ricoprire quel ruolo. Te lo insegna la vita a piccole dosi, in rate che man mano che passa il tempo diventano più gravose da pagare. Per lui, fortunatamente, non è così, quindi non ce l’ha fatta. Ma merita una medaglia al valor teatrale per averci provato con tanto impegno. 

Le foto dello spettacolo sono di Monica Carbosiero

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