Spoon River, la trappola di Faber e il saggio del corso intermedio dei Limoni. Straordinarie Kizzy Bertoncello e Roberta Paolini

by Enrico Ciccarelli

L’8 marzo del 1950, tre giorni dopo la morte di Edgar Lee Masters, Eugenio Montale scrisse per il Corriere della Sera un articolo intitolato «Celebre e sconosciuto, l’autore di Spoon River». Definizione acuta ed esattissima, che riguarda sia la mutevole sorte del poeta americano (premiato e avversato in vita, morto in miseria, oggetto di una duratura venerazione postuma) sia la sua opera stessa, che malgrado una produzione di estrema prolificità (fra libri di poesia e narrariva, testi teatrali, saggi e biografie) è sostanzialmente limitata all’Antologia di Spoon River, uscita nel 1916, anche se i lettori italiani poterono conoscerla solo nel 1943, grazie a Cesare Pavese e Fernanda Pivano.

«Fools on the hill», il saggio di fine anno del Corso Intermedio del Teatro dei Limoni, è dedicato a questo monumento della poesia universale. Alle cinque allieve e ai sei allievi del Corso sono stati assegnati complessivamente ventisette dei 244 brani che compongono l’antologia, tutti (tranne uno, «La collina», a mo’ di proemio) epitaffi, lapidi o sommarie autobiografie degli ospiti del cimitero di Spoon River, paese immaginario dell’Illinois (in realtà trasfigurazione poetica dei piccoli centri di Lewistown e Petersburg, nei dintorni di Springfield).

L’allestimento registico di Roberto Galano (va detto che, come è d’uso al Laboratorio Sperimentale Indipendente, il saggio di fine anno è preceduto e accompagnato da uno studio approfondito dell’autore e del testo che si mette in scena) sfugge, nei limiti del possibile, a quella che potremmo definire la «trappola di Faber»: nel 1971 Fabrizio De André, in un mirabile Long Playing intitolato «Non al denaro, non all’amore né al cielo» mette in musica, riscrive e interpreta nove poesie di Spoon River.

Perché è una trappola? Perché l’Antologia non è affatto antologica: è un’epopea a canone inverso. Se nell’Odissea la vicenda di un singolo eroe sintetizza e rappresenta un popolo e una civiltà le piccole, banali o drammatiche, tragiche o umoristiche storie di Spoon River sono un affresco dell’America profonda di inizio secolo scorso, saldamente bianca, anglosassone e protestante e tuttavia percorsa da fremiti e incognite. Un’epica nuova, che ha il suo riferimento ideale in Walt Whirman, che troverà imitatori in Pablo Neruda e Nazim Hikmet in cui la bellezza dei singoli lampi e barbagli non nega ed anzi accresce il fulgore dell’insieme. 

La messa in scena è cimiteriale e ossianica, con qualche strizzatina d’occhio agli zombie di Michael Jackson; ma è molto forte questo senso di intreccio comunitario, di interazione fra le dramatis personae che è l’essenza stessa del teatro. Siamo ai Limoni, quindi è inevitabile che ci sia qualche irriverenza, un po’ di clownerie, dell’ironia che urti l’ortodossia del purista (confesso). Ma difficilmente queste ragazze e questi ragazzi progredirebbero se li si mettesse lì impalati a fare i fini dicitori di versi immortali, per quanto in molti casi sublimi.

Per una visione davvero obiettiva delle performance sarebbe il caso di non avere mai letto Masters; ma chi scrive non è in questa condizione, e fa inevitabilmente valere il suo pregiudizio, che comincia dalla disapprovazione per qualche traduzione di scarso pregio e qualche falla mnemonica tanto comprensibile quanto inaccettabile. Il livello complessivo è naturalmente più che buono, al punto che per almeno la metà degli allievi la definizione di «livello intermedio» appare riduttiva.

Gli attori hanno convinto meno delle attrici, a parer mio, con le importanti eccezioni di Tommaso Bevilacqua, bravissimo come Suonatore Jones e forse ancora di più come Benjamin Pantier, l’avvocato rimasto solo con il suo cane NIg, e di Luigi Schiavone, che ha dato all’iracondo giudice Somers una cifra stilistica grottesca senza farlo diventare una macchietta. Apprezzabile, ma non del tutto soddisfacente, lo sforzo di Antonio Petito per rendere la figura di Fletcher McGee, forse fra le più controverse e tragiche del poema, elo stesso dicasi per l’immginifico Roscoe Purkapile di Antonio Belgioioso.

Maria Cocco ha regalato una Serepta Mason semplicemente perfetta, così come ha fatto Alice Papa per la divertita Sonia la russa e la dolente Minerva Jones; spavalda e in grande spolvero Valeria Spadaccino, vindice Ollie McGee e sarcastica signora Williams (la modista).

Due le regine indiscusse del saggio: Roberta Paolini ha messo sensibilità e talento al servizio della crudele femme fatale moglie di Benjamin Pantier, della fedifraga signora Merritt e della tradita signora Purkapile. Tre interpretazioni tutt’altro che facili rese con grande partecipazione e intensità. Kizzy Bertoncello ha letteralmente fatto fermare gli orologi con la sua interpretazione di Amanda Baker, che il marito Henry mise incinta sapendo che lei non avrebbe potuto sopravvivere al parto. Bertoncello inserisce nella lirica (che ha lo splendido verso «Quindi in gioventù varcai i cancelli di polvere») una tenerezza e una suggestione potentissime, accresciute dal fatto che l’attrice è in avanzato stato interessante.

Non meno pregevoli le interpretazioni di Sarah Brown (e mi costa ammetterlo, perché la palpitante poesia, con il suo formidabile «In cielo non esistono matrimoni/ ma c’è l’amore» è stata resa con una certa leggerezza ridanciana, in forza di quella necessaria irriverenza di cui si diceva) e di Aner Clute, donna di facili costumi «per volontà popolare».

Naturalmente, al di là della loro ovvia soggettività, i giudizi individuali sono meno importanti della valutazione complessiva della classe: anche in questo livello intermedio si vedono i risultati di un buon lavoro, che mette insieme in modo corretto addestramento e partecipazione, formazione e creatività. E visto che parliamo di Edgar Lee Masters e di Spoon River, non possiamo che dedicare a tutti gli allievi passati, presenti e futuri del Teatro dei Limoni e di ogni altro Teatro, il verso di Alexander Pope che la signora Reece imparò a memoria e usò come insegnamento per i suoi figli: «Recita bene la tua parte. In questo consiste l’onore».

Le foto dello spettacolo sono di Monica Carbosiero

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