«C’era una volta Hollywood», il saggio di fine anno del Teatro Danza ai Limoni. Uno spettacolo «Maggiolino»

by Enrico Ciccarelli

Fra le diverse cose che invidiamo a Maggie Salice (bellezza, cazzimma, talento) c’è la ricchezza profonda e vasta del suo immaginario. È un immaginario radicato nelle grandi narrazioni del cinema e dell’animazione, nella cifra stilistica disneyana e divistica del Ventesimo Secolo, ma che non teme la sfida della realtà, di una lucidità ai limiti del cinismo. È come se Dorothy, tornata da oltre l’arcobaleno e dalle contrade di Oz, abbia l’intuizione –e la realizzi- di Barbie e del girl empowerment.

Un esempio magistrale di questo non facile equilibrio tra infanzia e cinismo, fra sogno e critica della realtà, è stato «C’era una volta Hollywood», saggio di fine anno del corso di Teatro-Danza. L’esistenza stessa di questa compagnia ibridante, che recita danzando e danza recitando, così da rendere del tutto appropriato l’appellativo di «danzattori» con cui si identificano i suoi componenti, è frutto della tenacia, starei per dire della testardaggine della capocomica Salice, che l’ha inserita come peculiare e identitaria componente delle numerose attività del Laboratorio Sperimentale Indipendente che i Foggiani conoscono come «Teatro dei Limoni».

«Più che a come si muovono le persone sono interessata a quello che le muove» è una delle citazioni dell’immensa Pina Bausch che Maggie ricorda spesso, e questo fornisce un’utile chiave interpretativa del suo lavoro. Il mettersi in discussione, il seguire un moto d’anima che soltanto dopo e soltanto a volte diventa tecnicalità è l’ingrediente, più misterioso e ineffabile della salsapariglia dei Puffi, che permette a persone diversissime per età, complessione fisica, esperienza, di diventare un corpo di ballo, un insieme di persone, donne e uomini, capaci di farsi interpreti, in modo diverso ma armonico, di melodie e storie.

Citiamo i tredici partecipanti (sette donne e sei uomini) in rigoroso ordine alfabetico proprio per rendere omaggio a questa faticosa e incantevole assimilazione, a questa abnegazione collettiva che non comporta ètoile predeterminate: Tommaso Bevilacqua, Elisabetta Campanella, Graziana Cifarelli, Maria Cocco, Francesca De Luca, Laura Ficarelli, Raul Lannunziata, Annalaura Lecci, Francesco Mucelli, Nicole Piemontese, Roberto Rosiello, Luigi Schiavone, Claudio Tucci. Sarebbe impresa superiore alle forze di chi scrive indicare chi si sia mosso con maggiore o minore proprietà; ma la sincronizzazione dei movimenti collettivi è sembrata perfetta, così come più che accettabile l’espressività di ogni singolo interprete.  

Notevole il lavoro registico, con i danzattori che entrano in scena coprendosi ciascuno il volto con la foto di un divo o di una diva, i ripetuti cambi d’abito a vista, un certo malizioso compacimento di genere nel far spogliare, una volta tanto, più i danzattori che le danzattrici. Molto gradevole l’alternarsi, in una serie di citazioni di grandi pellicole e di usi e costumi dello showbiz, di passi a due, esibizioni singole o con tutti in scena. Menzione d’onore, oltre che per il risaputo carisma di Nicole Piemontese e Graziana Cifarelli, per Annalaura Lecci, incantevole e bravissima sia come discinta Rossella O’Hara nella rivisitazione di Via col vento, sia come fulgido perno di uno scatenato charleston davvero da applausi.

Come si diceva all’inizio, spettacolo «salicesco» o «maggiolino», in buon equilibrio dinamico fra sogno colorato e ingenuo e corrosiva critica di costume (il quadro dedicato al lifting, ad esempio). Quello che ti puoi aspettare da una ragazza di talento che aiuta gli altri a mettersi in discussione e osare –che abbiano venti o cinquant’anni– perché non ha mai smesso di farlo lei stessa, visto che è sia insegnante che allieva. Una che –oltre ad avere costruito un team di tutto rispetto per il suo laboratorio di Teatro Danza– fa venire per due anni consecutivi a Foggia Pau Aran Gimeno, cioè uno che al Wupperthal Tanztheater di Pina Bausch ci ha danzato davvero, e per quattordici anni.

Per dirla con l’affetto che Maggie merita, una di quelle vite e di quelle persone per le quali le partenze sono molto più importanti degli arrivi. Difficile dire se questa sia una grazia o una condanna. Posso dirvi solo che a me desta ammirazione e invidia. 

Le foto dello spettacolo sono di Monica Carbosiero.

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