L’invincibile estate di Liliana di Cristina Rivera Garza e i ricordi che entrano in conflitto con l'”azzurro fastidioso” del cielo

by Agnese Lieggi

I cuori vivi non dimenticano i cuori morti, diceva il testo di un murales che decorava la tromba delle scale con grandi fiori colorati degli studenti di Ayotzinapa”.

L’invincibile estate di Liliana, di Cristina Rivera Garza, tradotto dal messicano da Giulia Zavagna, Edizioni Sur, è una vicenda straziante ancora troppo contemporanea, relativa alla violenza di genere, una ferocia che sconfina in uno degli atti pubblici più offensivi nonché egoistici: il femminicidio. Secondo il vocabolario Treccani, la parola femminicidio è un sostantivo maschile che definisce la seguente azione: “uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale”. Questa definizione racchiude ciò che l’assassino di Liliana Rivera Garza ha voluto per la sua amata fidanzata, il suo annientamento e la sua repressione.

A trent’anni dalla morte Liliana e a seguito di un lutto mai elaborato completamente, Cristina Rivera Garza cerca di rimettere insieme le tessere che compongono il puzzle degli ultimi anni di vita di sua sorella attraverso la rilettura e l’analisi di tutte le prove esistenti (lettere, scritti di Liliana, fotografie, articoli di giornale) per indagare sui sentimenti che sua sorella provò fino alla sua morte per dar voce alla sua profonda sofferenza come atto civile e sensibilizzazione culturale. Riaprire il caso di femminicidio è il valore di questo libro perché il testo diventa una forma di consapevolezza un pretesto di educazione al cambiamento culturale, che vede il libro una chiave di accesso per una lenta trasformazione.

L’invincibile estate di Liliana si distingue per la sua una prosa accurata, Cristina Rivera Garza crea universi paralleli fra memorie di Liliana e il suo ricordo, in cui la linea di demarcazione tra i due mondi svanisce costantemente. La sua scrittura è profonda e ricca di significati, intrisa di simbolismo, caratterizzata da una forte componente poetica. L’inizio della narrazione presenta già un incipit imponente e promettente: “Siamo sotto un albero pieno di uccellini invisibili”, dove l’olmo dallo slancio verticale diviene ben presto un pioppo. In questa ambientazione, il grigio è il colore dominante dei sentimenti e della città, ricopre persino le emozioni durante tutta la durata del prezioso racconto tanto da entrare in conflitto con il cielo “azzurro fastidioso”.

L’autrice ritiene che scrivere un libro sia un lavoro paragonabile a quello dell’archeologo, nella straordinaria grazia di questa scrittura che proviamo a chiedere a Giulia Zavagna metodo e strategia del lavoro di traduzione per questo libro.

Quali sono le principali sfide che hai incontrato nel tradurre un tema così delicato e complesso come il femminicidio in Messico?

L’invincibile estate di Liliana è tanti libri insieme: senz’altro tratta il tema del femminicidio con assoluta consapevolezza e una scrittura che è il frutto di anni di attivismo e ricerca, ma è anche una storia sull’essere sorelle, sull’essere donna in una precisa età della vita – quella in cui ci si affaccia sul mondo e sulle possibilità che ci offre –, è un libro sul lutto e sulla memoria. La sfida più grande è stata mantenere alta l’attenzione su questi diversi registri, che l’autrice alterna in modo sapiente e che rendono il testo molto dinamico e unico nel suo genere. Entrando poi nel dettaglio   del   lavoro   di   traduzione,   è   stato   necessario   fare   molta   ricerca   terminologica   per rendere al meglio in particolare le pagine che descrivono il caso giudiziario aperto in seguito alla morte   di   Liliana:   le   leggi   e   i   procedimenti   burocratici   messicani   non   sono   del   tutto sovrapponibili   ai   nostri,   ma   era   indispensabile   evitare   che   questo   scarto   rappresentasse   un elemento di distrazione, vista l’intensità e l’emotività della storia.

Quali strategie hai utilizzato per mantenere l’intensità emotiva e la potenza narrativa dell’opera originale durante il processo di traduzione?

Se sono riuscita nell’intento è solo grazie al lavoro dell’autrice: mai come in questo caso il testo originale per me è stato una bussola alla quale tornare ogni volta che avevo la sensazione di smarrirmi. La scrittura di Rivera Garza è non solo meravigliosa, ma anche limpida, netta, così accurata da lasciare raramente spazio a dubbi e inciampi.  In   più   di   un’occasione   però   mi   sono   accorta   che   il   mio   coinvolgimento   emotivo   rischiava di essere troppo forte: ho dovuto lasciar sedimentare alcuni capitoli per tornarci poi mantenendo una   certa   distanza.   E   come   sempre   è   stata   salvifica   la   lettura   della   mia   collega   Chiara Gualandrini, che si è occupata della revisione e che non finirò mai di ringraziare.

Hai collaborato (e potuto conoscere) Cristina Rivera Garza, per catturare fedelmente le parole dei testi di Liliana presenti all’interno del libro?

Sì, ed è stato davvero un regalo. Ho tradotto a partire dall’originale in spagnolo, e nella fase finale del lavoro ho potuto consultare anche la versione che l’autrice ha riscritto in inglese per l’edizione statunitense. Abbiamo poi avuto un breve scambio via email per chiarire un paio di dubbi, che riguardavano soprattutto alcuni passaggi delle carte manoscritte di Liliana. Il rischio in   questo   caso   era   di   sovra interpretare: sono   testi   così   personali   e   intimi   che   richiedevano necessariamente   il   filtro   dell’autrice   per   essere   decodificati.   Cristina   mi   risposto   con   grande generosità e circa un anno dopo la pubblicazione del libro ho avuto occasione di accompagnarla in   un   tour   di   presentazioni   in   varie   città   italiane.   Sentirla   raccontare   questa   storia   in   prima persona è stato un privilegio e un’emozione che fatico a descrivere. Non posso che consigliarvi di fare altrettanto: grazie a Radio Ondarossa, qui è possibile riascoltare l’evento che si è tenuto alla   libreria   Tuba   di   Roma   lo   scorso   marzo, in   compagnia   di   Cristina   Rivera   Garza   e   Giulia Caminito.

Come pensi che la traduzione di questo libro, che tratta un tema cruciale come il femminicidio, possa concretamente contribuire ad aumentare la consapevolezza e il supporto alle vittime di violenza di genere? Quale ruolo credi che la letteratura possa giocare nel promuovere questo cambiamento progressivo?

Sono   convinta   che, oltre   a   essere   una   splendida   lettura, questo   libro   contenga   molte informazioni   preziose, utili   a   mettere   in   prospettiva   uno   dei   temi   più   urgenti   della contemporaneità, e a riconoscere situazioni di violenza di genere potenziale. Da quando l’ho​ letto per la prima volta, ho pensato che avrei voluto vederlo tra le mani di ragazze e ragazzi giovani o giovanissimi, ed è una gioia sapere che a poco a poco sta effettivamente succedendo.

La letteratura è una meravigliosa forma di raccontare storie, e abbiamo sempre più bisogno di storie   che   non   facciano   sconti, che   riflettano   il   reale   in   tutta   la   sua   complessità, che   ci raccontino la versione della vittima senza più romanticizzare atteggiamenti aggressivi, violenze psicologiche, dinamiche   tossiche.   Dagli   scaffali   delle   librerie, L’invincibile estate di Liliana           è arrivato   nelle   piazze, è   arrivato   sulle   pagine   dei   giornali   grazie a #Unite   azione   letteraria collettiva, è diventato uno strumento e un manifesto. La strada da percorrere è ancora lunga, ma voglio sperare che questo sia solo l’inizio.

Come ha scritto Cristina Rivera Garza: «Illuminiamo quello che succede intorno a noi. Irradiamole parole che chiariscono, che guariscono. Ravviviamo questo fuoco che siamo tutte insieme».

Cristina Rivera Garza (Matamoros, Tamaulipas1º ottobre 1964) è una scrittrice e storica messicana, professoressa al College of Liberal Arts and Social Sciences dell’Università di Houston, nota per i suoi racconti brevi e romanzi come Nadie me verá llorar (Nessuno mi vedrà piangere) scritto nel 1999, vincitrice nel 2024 del Premio Pulitzer nella categoria memoir/autobiografia.

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