L’invenzione dell’Occidente di Alessandro Vanoli al Lungomare di libri di Bari e un intero mondo che comincia a sgretolarsi

by Agnese Lieggi

La quarta edizione di Lungomare di libri a Bari è un evento letterario che trasforma il capoluogo pugliese in una vasta libreria a cielo aperto lungo il mare. Grazie alla partecipazione di librai ed editori locali, la città diventa un crocevia di incontri con autori e autrici provenienti da tutta Italia. I luoghi simbolo della città, come il percorso lungo la Muraglia, Largo Vito Mauro Giovanni, il Fortino Sant’Antonio, Piazza del Ferrarese, il Mercato del pesce e lo Spazio Murat, ospiteranno questi eventi, dal 5 a domenica 7 luglio 2024.

Il tema di quest’anno è La memoria del mare, un argomento che offrirà a lettori di tutte le età l’opportunità di riflettere sul presente e sulla nostra storia, attraverso il simbolismo del mare.

L’invenzione dell’Occidente di Alessandro Vanoli, edito da Laterza, si collega alla memoria del mare, perché esplora come le rotte marittime abbiano influenzato l’espansione dell’Occidente, evidenziando le interazioni culturali e storiche tra popoli attraverso il mare. Nel 1494, solo due anni dopo la ‘scoperta dell’America’, a Tordesillas, una piccola località della Castiglia, veniva firmato un trattato tra Spagna e Portogallo che divideva il mondo in due e inventava l’Occidente come spazio, comunità e cultura. Scopriamo maggiori dettagli sul libro con Alessandro Vanoli.

Come nasce l’idea di esplorare l’invenzione dell’Occidente?

Ero legato in parte alla situazione attuale e anche al fatto che il termine Occidente oggi sia stato messo in discussione, forse ormai da tempo, da decenni e decenni.

In particolare oggi, quella parola rappresenta un evidente problema ed è motivo di scontro, non solo dialettico ma anche ideologico. Non è facile capire a cosa corrisponda realmente quella parola, per chi si sente parte dell’Occidente. Essa rappresenta una forma indistinta di paesi di natura molto diversa. Questo è stato uno dei motivi che mi hanno portato, come storico, a riflettere sulla necessità di comprendere come sia nata questa idea. Il secondo motivo è più banalmente personale: ho passato praticamente tutta la vita a occuparmi del mare e dei rapporti tra culture mediterranee e dello spazio Atlantico.

In che modo l’idea di “invenzione” sancita da Spagna e Portogallo (e i loro imperi) si riflette nei vari temi trattati nel libro, e come ha deciso quali eventi o periodi storici includere per illustrare meglio questo concetto?

Per uno storico, il termine “invenzione” ha un significato tecnico: indica la costruzione culturale di un’idea che fino a quel momento era ritenuta esistente da sempre.

La storia dell’Occidente, in questo senso, ti obbliga a indagare l’origine e l’evoluzione di questa parola. Spagna e Portogallo diventano centrali in questa narrazione. Gli storici cercano il termine “Occidente” ovunque, con grande caparbietà, tempo e attenzione, sperando di essere il più precisi possibile. Ad esempio, io mi sono concentrato sulle discussioni politiche non solo spagnole e portoghesi, ma anche inglesi, tedesche, turche e arabe. La scelta dei momenti determinanti di questa storia nasce dai periodi in cui la parola “Occidente” sembra emergere con maggior forza.

Faccio un esempio: Enea Silvio Piccolomini, ancora umanista e non ancora Papa, parlava di Occidente intendendo esplicitamente l’Europa in contrapposizione al mondo asiatico musulmano che avanzava.

Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, si potrebbe leggere prima o dopo la lettura del suo libro? Come vede l’evoluzione dell’influenza occidentale nella contemporaneità?

Direi che Il tramonto dell’Occidente di Spengler sia meglio leggerlo dopo, un po’ perché è pesante, un po’ perché forse ho la pretesa di sperare che questa mia piccola storia aiuti a capire i passaggi e dunque sia più facile inserire un’opera come quella di Spengler, che nasce all’interno delle temperie del primo Novecento, e che vede collassare quel mondo imperiale che aveva contribuito a creare una specifica idea di occidente.

Ritiene che l’intelligenza artificiale possa rappresentare una nuova forma di estensione dell’Occidente, o vede emergere nuove potenze culturali e tecnologiche che sfideranno questa dinamica?

Non credo che l’intelligenza artificiale sia rilevante per questo tema. Stiamo parlando di un problema politico e imperiale; l’intelligenza artificiale è solo uno degli strumenti di potere che contribuiscono a creare consenso e capacità di controllo. Il problema principale, a mio avviso, è capire cosa intendiamo per “Occidente”. Credo sia molto più urgente riflettere sui nuovi poli in cui il mondo si sta dividendo: una Cina estremamente assertiva, una Russia con una propria capacità contrattuale e un mondo plurale che sta iniziando a dettare le regole del gioco.

L’Occidente, inteso soprattutto come espressione e idea imperiale del mondo, non nasce solo dopo la parabola degli imperi spagnolo e portoghese, ma assume il suo significato attuale soprattutto alla fine dell’Ottocento, nel contesto dell’impero inglese. Tuttavia, oggi questa parola inizia a sgretolarsi, geograficamente parlando, e credo che questo sia un punto fondamentale da considerare.

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