“La Cucina incantata” e “La ragazza che amava Miyazaki”, due successi assoluti per tutti gli appassionati del grande regista e animatore giapponese

by Valeria Nanni

Il sapore di un luogo passa dalla cucina. Se la scelta di un ingrediente non è casuale in una ricetta, come non lo è il suo abbinamento ad aromi e spezie, in Giappone non sono casuali neanche i colori dei cibi. E poi la cura nella presentazione del piatto, che deve essere bello da vedere oltre che buono da gustare, è un gesto quotidiano. La filosofia culinaria giapponese si può apprendere anche dal cinema e la giornalista Silvia Casini lo spiega bene nei due libri “La Cucina incantata” e “La ragazza che amava Miyazaki”, due successi assoluti per tutti gli appassionati del grande regista e animatore giapponese Hayao Miyazaki. L’evento è ispirato alla mostra Yokai, attualmente in corso al Museo degli Innocenti di Firenze, creature che popolano anche le storie del regista collocato tra le più grandi personalità nel mondo delle animazioni. Esploriamo con l’autrice il linguaggio del cibo in una cultura, quella nipponica, che mette l’armonia come preferito centro tavola.

Perché la cucina avrebbe il potere di incantare, fantasticare, di offrire fenomenali panoramiche sentimentali? Il titolo del libro fa il verso al film “la città incantata” di Hayao Miyazaki. Tutte le ricette che si vedono nei suoi film sono simboli per arrivare a messaggi umani esistenziali e sociali molto importanti. L’utilizzo dei colori dei cibi richiama l’armonia del creato, come anche la disposizione delle pietanze.. Quando i giapponesi cucinano pensano ai colori che non devono essere stonati, ma graziosi, belli all’occhio. Le composizioni di cibo devono essere belle da vedere all’occhio e da mangiare per il cuore. Nel libro sono ricreate tutte le ricette che si vedono nei film di Miyazaki. La città incantata è la summa del suo pensiero gastronomico, dove il cibo a volte può essere magico, nostalgico, può fare da ponte. La filosofia nipponica, base in ogni film di Miyazaki, dice che il cibo è lo specchio di un mondo, di una cultura a cui ci si avvicina assaggiando qualcosa che per noi è estraneo. Quando ci sediamo a tavola cantiamo l’inno alla celebrazione della vita.

Ci racconta di una ricetta del libro che presenta il cibo come magico? Nella città incantata c’è un momento in cui la giovane protagonista arriva nel mondo magico suo malgrado, perché i genitori si ingozzano di cibo e vengono trasformati in maiali. Essi compiono un atto egoistico perché mangino del cibo cucinato per delle divinità, Yokai, e non chiedono il permesso. Lei è sola in questo mondo magico e si sente smarrita. C’è un momento in cui sta per svanire, e incontra il ragazzo drago che la fa mangiare per salvarla. Assistiamo ad una contrapposizione tra chi si siede a tavola senza pensare agli altri, e chi invece ti offre del cibo per aiutarti. È questo cibo a diventare magico, perché permette alla protagonista di riappropriarsi della sua identità e non svanire.

Come cibo nostalgico famosi in occidente sono le Madeleine, dolcetti che fecero sognare lo scrittore Proust. E in Giappone? Una streghetta tredicenne consegna del cibo, lei è costretta ad abbandonare la sua casa natale perché secondo la scuola delle streghe doveva fare un apprendistato di un anno in un’altra città. Lei si ritrova però sola e smarrita. Incontra una panettiera incinta, molto materna con lei, che cerca di farla sentire a suo agio offrendole un caffè. La bevanda le ricorda il buonumore della mattina, casa. Con una battuta enogastronomica la panettiera le dice di non ti preoccuparsi della nostalgia del passato, “io sono casa, ci sono”.

Come lei ha suggerito prima il cibo può fare da ponte, mette in comunicazione due realtà, quali? Il cibo è lo specchio di una cultura, ci si avvicina all’altro assaggiando qualcosa di diverso, magari pur non parlando la stessa lingua, ma assaggiando un piatto, si riesce stranamente a comunicare, ed è il senso che vuole suggerire Miyazaki. Sedendosi a tavola con perfetti sconosciuti, offrendo anche ascolto, aprendo il cuore e mettendosi in gioco, si fa del bene alla società, non si fa un atto egoistico. Questo non si ritrova nei ristoranti asiatici dalla formula “all you can eat”, ma nei ristoranti “izakaia” che sarebbero ristoranti piccolini giapponesi, dove ci si ritrova tra perfetti sconosciuti a condividere un pasto. Fatalmente si può ritrovare un amico. Questi ristoranti sono tipici del Giappone, della cultura del sol levante. All you can eat è va quasi a contraddire quella che sarebbe la filosofia che gira intorno al cibo giapponese. Ci si abbuffa. Mentre in Giappone il cibo è sacro, da vivere senza eccessi. Ci sono gesti e riti ben precisi per apparecchiare la tavola. Ogni piatto ha un perché nella scelta del menu, e si mangia in un certo modo. Anche nelle quantità è tutto tarato. Nelle sequenze gastronomiche di Miyazaki sembra di stare a degustare quel cibo, è un’esperienza multisensoriale, sono scene che fanno venire fame.  

Ci faccia venire fame, allora, con tre ricette prese dai film di Miyazaki. Tra le ricette più iconiche abbiamo la Torta Siberia presa dal film “Si alza il vento”, onigiri dal film “La città incantata”, il ramen di “Ponio sulla scogliera”. La torta siberia è pan di spagna farcito con marmellata di fagioli rossi. Era una torta prodotta degli anni ‘20 del ‘900, poi non fu più richiesta e non la produceva più nessuno. Dopo il film è successa la magia, alcune pasticcerie fanno fortuna ancora oggi grazie a Miyazaki perché ha alzato la richiesta della torta siberia. Gli onigiri sono polpette di riso dalla forma piramidale, avvolte alla base da un piccolo strato di alga nori e farcite con vari ingredienti, come sal­mone, tonno, funghi shiitake e umeboshi.

Riguardo il secondo libro presentato, “La ragazza che amava Miyazaki”, cosa piace secondo lei alle lettrici? L’ultima edizione è fresca di stampa il 4 giugno 2024. Per chi è amante di Miyazaki ci sono tutti indizi che rimandano ai suoi film, ma parla al cuore di tutti, dai 12 anni in su. Mira a far capire l’importanza di scovare il proprio talento, perché spesso le qualità intrinseche sono anche quelle invisibili, e per capirle bisogna fare un viaggio molto arduo quello della consapevolezza in solitaria. Noi siamo sempre il prodotto di qualcosa che viene detto dalla società o dai genitori. Per capire chi siamo veramente bisogna smantellarci, fare una specie di lutto. Per diventare una nuova persona occorre far morire quella vecchia. Sofia è la protagonista. Ha 18 anni e vuole diventare una mangata, disegnatrice di manga, ama il Giappone ed è appassionata di Miyazaki. Purtroppo abita al Valvento, un borgo medievale di 400 anime dove tutti si conoscono. Ad un certo punto compare nella sua vita un writer notturno che ricopre i muri del borgo con murales ispirati a Miyazaki. È lo straordinario che irrompe nell’ordinario di Sofia. La protagonista da statica inizia a prendere le redini della sua vita, e cercare di capire chi è questo artista. Da lì inizia a fare un percorso su se stessa, un viaggio che la porterà a scoprire chi è. Quindi non bisogna mai tradire chi siamo realmente, per scoprirlo però dobbiamo metterci in gioco, buttare il cuore oltre gli ostacoli, oltre i limiti e fare qualcosa che non abbiamo mai fatto.

Il cibo che ruolo ha nel libro? L’unico altrove preferito di Sofia è un ristorante izakaya dove va a mangiare sushi. È il suo luogo dell’anima. Vuole andare in Giappone ma tutti la osteggiano, nessuno è dalla sua parte, il suo momento felice è andare a magiare sushi. In questo caso il cibo è un ponte. Lei varca la soglia di questo piccolo locale, ed è come se si sentisse a casa.

Insomma nella cultura nipponica bisogna proprio stare attenei a non mangiare il cibo degli Yokai! È questa metafora del rispetto per quel che non è nostro, e che non può essere semplicemente comprato, perché il denaro si rivela fallace nel mondo magico giapponese. Tuttavia anche il cibo degli dei può essere condiviso ma solo in nome della gentilezza, apertura e attenzione all’altro. E inoltre Il cibo tarato con equilibrio può essere un fantastico ponte verso l’altrove, dove metterci in gioco e trovare noi stessi.

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