Yokai, il femmineo mostruoso della tradizione patriarcale nipponica. Le donne indipendenti, libere, selvagge e forti, che non hanno bisogno della protezione di un uomo

by Valeria Nanni

Gli uomini hanno paura delle donne, il maschile del femminile, un sentimento atavico nelle culture di tradizione patriarcale come il Giappone. Chiamasi perdita del ruolo dominante, o disorientamento di fronte ad una partner ricca di personale volontà, sta di fatto che serpeggia una pericolosa paura del femmineo, che invece di essere amato in modo rispettoso della sua identità, diviene mostro, Yokai.

A parlarne è Marta Fanasca, ricercatrice in Japanese Studies ed esperta in questioni di genere nel Giappone contemporaneo, nell’evento di approfondimento della mostra Yokai che fino al 3 novembre è al Museo Innocenti di Firenze. Di lei un’intervista unica per viaggiare al femminile tra le stravaganti donne mostruose nipponiche.

Lontano dall’emblema di grazia e bellezza gli Yokai donna si presentano mostruose e spesso prive di femminilità. Cosa vede la tradizione nipponica in questi particolari mostri? In generale le creature soprannaturali hanno il ruolo di incarnare la paura che di per sé è un sentimento astratto. Rendere la paura con un’immagine di creatura la rende concreta e ci dà la possibilità di sconfiggerla, perché se essa è un mostro possiamo combatterlo. Quindi è un modo per esorcizzarla, sconfiggerla concretamente. Gli yokai donne incarnano delle paure che le società particolarmente patriarcali possono avere nei confronti del femminile. Sono donne indipendenti, libere, selvagge, forti, che non hanno bisogno di essere protette, non hanno bisogno di un uomo. Questo mina le basi su cui si fonda una società patriarcale. Quindi fanno paura e vengono identificate come il nemico, rese come creature che non rientrano più nella società e che anzi la mettono a repentaglio dalle basi. Vanno combattute, bisogna difendersi da loro perchè pericolose, al di fuori degli schemi. Moltissimi yokai donna se analizzate bene incarnano paure semplici come la sessualità libera, l’indipendenza, paure che ha il maschile.

Quali sono gli schemi entro i quali una donna era considerata dentro il ruolo sociale giapponese? Una donna dovrebbe essere idealmente educata, deve essere bella, curare il proprio aspetto, rispettosa dei genitori e del proprio marito, deve mettere al mondo dei figli per il bene del Paese. Nel momento in cui si rifiutano questi ruoli si esce dalla società, si perde quel livello di umanità che ti rende membro della società, per cui vengono rappresentate con questi tratti mostruosi perché non sono più considerate parte della società.

È il caso dei demoni del Teatro Nō? Nelle loro maschere, che vediamo in mostra, non sembrano neanche donne. Esattamente. Il teatro Nō è una delle tre forme teatrali tipiche del Giappone, quello drammatico. La storia messa in scena è sempre quella di un fantasma che racconta per quale motivo non riesce a raggiungere la salvezza divina e c’è un monaco che ascolta i suoi dolori e poi lo esorcizza. Molti spesso i demoni sono con la maschera di Han’nya con le corna e faccia mostruosa e sono appunto dei demoni femminili. Questo perché spesso la femminilità viene legata al rancore, alla gelosia, sentimenti molto terreni, che non permettono alle donne di raggiungere il paradiso.

Dunque degli spiriti femminili resi infelici in vita e che dopo la morte vagano come fantasmi. Come nasce l’iconografia degli spiriti nell’arte? I fantasmi, yurei, si riconoscono perché hanno un’iconografia stereotipata, messa a punto dal pittore giapponese Maruyama Ōkyo a metà ‘700. Lui immortala l’immagine di una donna che era la sua modella e amante che purtroppo morì molto giovane. I fantasmi hanno spesso la braccia penzoloni lungo il corpo, posa abbandonata, non hanno le gambe, sono vestiti di bianco come il colore del kimono con cui sono vestiti i defunti, e hanno i capelli scomposti. Quindi da quel momento l’iconografia del fantasma diventa quella.

Quali sentimenti terreni portano l’anima a diventare un fantasma? Uno di essi è l’urami, ovvero il rancore, la gelosia. Questa condizione non permette allo spirito di raggiungere il paradiso perché lega al mondo terreno. Sono problemi avuti con un uomo, un amante, un marito. Importante precisare che non necessariamente questi spettri hanno il torto nella narrazione, perché ci sono storie che raccontano come queste donne in vita siano state trattate malissimo, per cui poi diventano Onryō, spiriti vendicativi, che tentano di rendere terrificante la vita dell’uomo che ha reso terrificante la loro.

Può raccontarci una storia di tristi donne fantasma? Magari una abbastanza diffusa e tramandata. Particolare è la storia di Okiku e dei 10 piatti, talmente diffusa che fu di ispirazione al regista Gore Verbinski in “The Ring”.La leggenda vede protagonista la giovane e bella servitrice Okiku, che lavorava per il samurai Aoyama Tessan, il quale voleva che divenisse anche sua amante, ma lei no. Perciò un giorno il samurai decide di convincerla con l’inganno. Egli possedeva un servizio antico di piatti, la classica porcellana bianca e azzurra di Delft. Ne fa sparire uno dai 10. Poi chiama Okiku e le chiede di poter ammirare il servizio di Delft. Lei lo porta e dalla scatola tira fuori tutti i piatti e si accorge che ne manca uno. Lui l’accusa di averlo rotto, una tale manchevolezza era passibile di pena di porte, ma lei poverina non c’entrava nulla. Lui le propone di perdonarla se fosse divenuta la sua amante. Lei rifiuta, lui non eccetta e la butta nel pozzo. Succede che ogni notte il fantasma di Okiku esce dal pozzo e inizia a contare da 1 a 9, poi lancia un urlo straziante, perché manca il decimo piatto. Questo porta a Aoyama Tessan, ad impazzire. Lei si vendica così.

Gli yokai donna sono sempre fantasmi? No.Tra i mostri yokai un ruolo importante hanno i mutaforme. La giovane Kiyohime, per esempio, rifiutata dal suo amante sacerdote, prova si tale rabbia e amarezza che lo insegue, fino a trasformarsi in spettro serpente sul guado del fiume Hidaka. Troverà il sacerdote nascosto sotto un’enorme campana del tempio vicino, la stritola, sputa fuoco, la campana fonde e l’amato sacerdote muore. Abbiamo poi le Kitsune, volpi mutaforma. Queste nelle primissime leggende sono ritratte come creature in grado di trasformarsi in esseri umani spesso donne, che sposavano gli uomini che le avevano aiutate, mostravano riconoscenza, gratitudine, diventavamo mogli e madri devote. Col passare del tempo, forse in concomitanza con la maggior importanza data al buddismo, monoteismo che come gli altri non lascia grande spazio al femminile, l’iconografia cambia, la volpe diventa un trickster, un animale che cerca di ingannare gli uomini. Però all’inizio non era cattiva, lo diventa nel corso dei secoli.

Quindi il Giappone non è sempre stato maschilista. C’è un volto femminile del Giappone che non conosciamo? Per comprendere il ruolo delle donne basti pensare a Amaterasu, dea del sole nello shintoismo, religione politeista precedente al Buddismo in Giappone. Questa dea era addirittura considerata mitica diretta antenata della famiglia imperiale. Così dal 10mila a.C. al 300 a.C. ci sono indizi di matriarcato, e imperatrici donne come Himiko che non necessitavano di un consorte per regnare. Anche la figura della Yamanba cambia molto nel corso dei secoli. In alcuni casi è una figura mostruosa e cattivissima, cattura i bambini, prima li nutre, li allatta, e poi li uccide, in altri è nutrice. Kintaro è un eroe forzuto della tradizione giapponese, che si dice sia stato cresciuto da una Yamanba e grazie alle sue amorevoli cure diventa un eroe. Quindi c’è una doppia prospettiva.

Come è oggi la situazione femminile in Giappone? Molto complessa. Spesso i politici fanno rimarcazioni piuttosto sgradevoli verso le donne, che dovrebbero fare molti figli per aiutare il Paese. C’è ancora una visione molto patriarcale. Però le donne stanno molto cambiando, non si sposano più per forza né fanno figli con questo spirito. Cercano un nuovo ruolo per loro stesse, ma faticano a trovarlo.

Le donne mostruose yokai, venute fuori dalla cultura nipponica, sarebbero dunque donne emancipate, che abbandonano l’atteggiamento servile verso il maschile, per essere amate per davvero e per libera scelta, senza ricatto come Okiku, senza promesse non vere come Kiyohime, con una propria volontà senza essere trasformate in trickster ingannatrici, o peggio in yurei fantasmi vendicatrici e rancorose perchè uccise da uomini che le volevano burattini nelle loro mani. Le donne yokai sono donne che chiedono solo di essere donne e non strumento per qualcos’altro.

You may also like